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“Gyo – Odore di Morte”, la morte incontra il mostruoso

3 Aprile 2025
Asia Bellinello

Edito da Star Comics e pubblicato nel 2018 all’interno della collana Umami, Gyo – Odore di Morte di Itō Junji è un manga horror in cui i temi della morte e del mostruoso si intrecciano con la natura, in particolare le creature marine, creando scenari distopici in cui il body horror, cioè l’horror biologico legato a mutazioni genetiche e malattie ripugnanti, ne è padrone.

Il tema della morte già di per sé è percepito come pauroso, tant’è che lo stesso Itō ne rimase intimorito da giovane per via dei racconti di guerra dei parenti che avevano combattuto al fronte. Tuttavia, la paura di fronte alla morte è ulteriormente amplificata in Gyo, all’interno del quale gli esseri umani, tra cui lo stesso Tadashi, cercano di fuggire da una sua rappresentazione tanto concreta quanto mostruosa e ripugnante: gli individui e gli animali infetti che si muovono sugli arti metallici mobili. La morte quindi inizia a invadere la città, a inseguire i suoi abitanti, e prende definitivamente il controllo del Paese. 

Inoltre, il mostruoso rappresentato nel manga non è dominio esclusivo della dimensione soprannaturale, ma si intreccia con la dimensione reale, in quanto l’odore di morte che affligge gli animali e le persone altro non è che un’invenzione umana del passato, un’arma progettata per sopraffare l’avversario in guerra. Itō Junji ci mette ancora una volta di fronte al fatto che il mostruoso appartiene alla vita reale a tutti gli effetti – soprattutto quando a creare questi mostri non sono altro che gli uomini con la loro brama di potere. Oltre a ciò è anche emblematica la spettacolarizzazione della morte incarnata dal Circo Citrous, in cui chi è contagiato dall’odore di morte non è altro che un fenomeno da baraccone impiegato per esorcizzare gli aspetti più sordidi e spaventosi di questa atmosfera apocalittica e orripilante.

In una cornice reale come quella della città di Tōkyō, quindi, il mostruoso si fa spazio riducendo il confine tra naturale e soprannaturale e scavando nelle paure più profonde di ognuno. In questo viaggio esistenziale alla scoperta delle proprie paure, Itō Junji stesso esplora una delle sue fobie, cioè la paura degli squali, scatenatasi dopo aver visto il film Lo Squalo di Steven Spielberg. 

Infatti, nei primi capitoli viene rappresentata una scena che richiama in maniera diretta il film del regista statunitense, ma ne viene amplificata la sensazione di paura e terrore. Se nel film di Spielberg un bagnante nota uno squalo e richiama a riva le persone in mare, evitando così che queste vengano uccise dall’animale, nell’opera di Itō lo squalo, dotato di arti mobili, esce dall’acqua e attacca le persone direttamente sulla spiaggia.

I riferimenti intertestuali di questo manga tuttavia non si fermano alla sola pellicola di Spielberg. Restando sempre all’interno del dominio cinematografico, l’invasione della terraferma da parte delle creature affette dall’odore di morte e gli attacchi rivolti alle persone ricorda in parte il film Gli Uccelli di Alfred Hitchcock, nel quale gli uccelli, in preda a una misteriosa aggressività, invadono in massa le città e le campagne e attaccano gli uomini fino a talvolta ucciderli. Itō prende ispirazione a piene mani dal cinema horror, in particolare quello statunitense, mantenendo comunque un carattere personale nella sua interpretazione del genere.

Un altro interessante riferimento intertestuale riguarda proprio gli esseri umani colpiti dall’odore di morte. Infatti le persone che vengono contagiate da questo batterio iniziano a essere tormentate da innumerevoli pustole sul corpo e costrette a vivere nelle esalazioni marcescenti dei loro corpi, proprio come i falsari dell’ultima bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno nella Divina Commedia di Dante Alighieri. Un ulteriore riferimento ai falsari si trova poi nel modo in cui gli esseri umani contagiati in Gyo si muovono: strisciando sul ventre oppure ammassati gli uni sugli altri.


Nel rappresentare scene macabre e l’arrivo di questa morte opprimente, il maestro dell’horror giapponese utilizza un tratto fortemente caotico che richiama lo stile utilizzato da artisti come il francese Gustave Doré nelle sue illustrazioni dell’Inferno dantesco e che aumenta il senso di inquietudine e terrore provocato dalle creature contagiate dall’odore di morte. 

È infatti evidente il contrasto tra il segno più pulito che caratterizza la rappresentazione dei personaggi, come Tadashi e Kaori, e il segno più grezzo utilizzato per rappresentare le creature mostruose del manga, che aumenta ancora di più la sensazione di repulsione legata alla presenza del soprannaturale.


The Inferno, Canto XIII, Gustave Doré, 1861-1867, illustrazione xilografica che rappresenta il verso 33 “e ‘l tronco suo gridò:  «Perché mi schiante?»” del canto XIII dell’Inferno.

Questo crescente stato di suspense, in cui la realtà diventa sempre più disturbante, tuttavia manca di una conclusione ben definita. Itō Junji infatti lascia al lettore un finale volutamente aperto, in cui lo scenario apocalittico e tragico non sembra avere una soluzione. Sta appunto a chi legge immaginare ciò che accadrà in seguito.

All’interno del volume di Gyo, oltre alla storia principale, sono presenti anche due storie brevi, La tragica storia della colonna portante e Il mistero della faglia Amigara. Entrambi i due racconti a fumetti, sebbene separati dalla narrazione principale, mantengono con essa un forte legame per via della sensazione di pressione che i personaggi provano. 

Nella prima storia breve è la colonna portante del titolo a opprimere il protagonista; invece, nella storia della faglia di Amigara sono le strane cavità a forma di persona apparse sul fianco di una montagna a opprimere anche fisicamente coloro che vi entrano. 

Tra le due, Il mistero della faglia Amigara risulta particolarmente terrificante, in quanto Itō fa uso della claustrofobia e della sensazione di inspiegabile attrazione verso l’oscurità per creare un’atmosfera macabra e opprimente. Questa storia ha avuto un certo impatto all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, al punto che nel cartoon statunitense Steven Universe di Rebecca Sugar è presente un omaggio nell’episodio 40, intitolato “Vagabondi”, dove il protagonista Steven e l’eroina gemma Ametista si recano in un canyon caratterizzato da cavità di forma umana che ricordano molto quelle della storia del mangaka giapponese. In una di queste, Ametista riconosce la propria sagoma e afferma: “Questo buco è fatto apposta per me!”.


In conclusione, Gyo rappresenta la morte come un batterio contagioso e opprimente che perseguita l’essere umano e lo piega inevitabilmente. Sfumando il confine tra reale e soprannaturale, Itō inserisce l’elemento mostruoso come se fosse parte integrante della realtà stessa e lo lega soprattutto alla presenza e alla responsabilità umana. L’umano stesso crea entità mostruose per realizzare le proprie ambizioni di potere, per cui il mostruoso non è parte solo di una dimensione fantastica e soprannaturale, ma anche della realtà stessa in cui viviamo, nonostante spesso sia associato a qualcosa di estraneo, alieno, che non si riconosce come tratto di normalità della realtà: i personaggi, infatti, sono impauriti da queste creature perché viste come “altre”, come estranee alla realtà, e cercano di fuggire da esse. 

Nel manga l’autore invita quindi il lettore a riflettere anche sulla paura di ciò che è percepito come diverso e che viene associato quindi alla mostruosità. Sebbene la storia non sia apprezzata da alcuni per via di una trama non troppo complessa a livello tematico e di struttura, Gyo – Odore di Morte risulta comunque un’opera che porta il lettore a interrogarsi sulla realtà e i suoi mostri, che in fin dei conti non sono così distanti da noi come si può comunemente pensare.

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