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NipPop x FEFF 24: Intervista a Giampiero Raganelli

1 Maggio 2022
Giulia Colelli

Il Far East Film Festival di Udine di quest’anno si è ormai concluso! un’edizione piena di sorprese ed emozioni, prima di tutte la gioia di tornare in presenza nel Teatro Nuovo Giovanni da Udine che da anni ospita la kermesse. Abbiamo intervistato per voi Giampiero Raganelli, critico ed esperto di cinema, collaboratore del magazine online Quinlan.

 

Giulia Colelli: Quest’anno il Gelso d’oro alla carriera è consegnato a Kitano Takeshi. Cosa ne pensi?

Giampiero Raganelli: Intanto è sicuramente un grande nome per il Festival, è un peccato che non sia riuscito a venire in persona. Peraltro, quello di Kitano non è neanche un nome di questo festival, nel senso che è abituato a festival come Venezia e come Cannes, e quindi sarebbe stata sicuramente una grande occasione avere questo grande autore giapponese in una kermesse medio-piccola di cinema asiatico.

GC: Dopo Venezia, Udine sarebbe stata una nuova tappa…

GR: …più concentrata su di lui. Anzi, Kitano è stato un regista che si è fatto conoscere molto all’estero – in Italia, in Europa, in Occidente –  proprio grazie al Festival di Venezia dove vinse il Leone d’oro con Hanabi. Era, tra l’altro, un regista che veniva molto studiato all’epoca in termini di postmoderno, al di fuori degli studi sul Giappone, cioè veniva studiato …

GC: …nella storia del cinema più generale.

GR: Esatto. Poi sarebbe diventato presto di grande importanza anche per la sua rielaborazione dei film di yakuza, ma anche per il suo alternare film di gangster, anche molto forti, violenti, e grotteschi con un cinema molto più poetico, quello di L’estate di Kikujirō o di Kids Return, o anche tutto il capitolo in Dolls sulla cultura tradizionale giapponese. Penso che per Kitano sia importante il fatto di arrivare dalla televisione, di essere un autore televisivo, e probabilmente in questa ottica è un regista che non è mai stato incasellato in un solo genere, ha sempre un po’ cercato le contaminazioni, esplorato diversi generi e diverse possibilità. Un autore che ha parlato anche molto di sé, sia facendo film autobiografici sia inserendo elementi autobiografici nel suo cinema, personalizzandolo – molto spesso è anche il protagonista di tanti suoi film.

 

 

GC: Se dovessi descrivere la sua carriera con una o due parole, per esempio? 

GR: Pop, sicuramente. Grande interprete della cultura pop, grande operatore di una commistione, di una liquidità, di una intersezione di generi, grande autore di un’arte sulla sua persona, sulla sua figura, insomma. Ricordo tanti anni fa di aver visto una sua mostra di opere d’arte a Parigi, quindi è anche un’artista. Nel suo cinema l’arte poi ritorna spesso. Ci sono dei film in cui si parla di arte, si parla di pittura … e quindi Kitano è un po’ tutte queste cose.

GC: Sì, sicuramente. Forse la cura della sua immagine, della sua persona parte anche dai suoi esordi come attore parte di un duo comico, che ne pensi?

GR: Certo, infatti. Un film che io amo molto di Kitano che non è molto conosciuto è Kids Return, anche quello con le musiche meravigliose di Hisaishi. Anche lì troviamo un elemento autobiografico: il film racconta le vite di questi ragazzi che passano dalla delinquenza giovanile al mondo dello spettacolo e del manzai (spettacolo comico tipico giapponese portato avanti da un duo, molto popolare tra gli anni Settanta e Ottanta, ndr).

GC: Per chi non ha mai visto niente di Kitano Takeshi, da quale film consiglieresti di partire?

GR: Trattandosi di un artista così versatile, dipende da quale può essere l’interesse della persona. Forse Dolls, per la “giapponesità” del film o del fatto di partire dal teatro bunraku … magari quello.

 

 

GC: Invece, il tuo film preferito di Kitano regista?

GR: Non esiste, in realtà. Prima parlavo di Kids Return perché è un film che si conosce poco, ma anche (L’estate di) Kikujirō è meraviglioso. Poi oltre a Dolls anche Zatōichi, che è una meravigliosa rielaborazione del mito di Zatōichi, con questo senso di musical che pervade il film.

GC: E invece qual è la tua performance preferita di Kitano attore?

GR: Beh, è pazzesco come attore, anche perché Kitano ha questo volto che è enigmatico, folle, immobile. Mi risulta che lui abbia una paralisi, una semi-paralisi, e ha questa metà faccia che non si muove, è quasi una maschera, è un volto immobile ma che ha permeato il suo cinema.

GC: Anche i suoi tic, per esempio, lo caratterizzano molto. Invece sul film che verrà proiettato oggi [29 aprile 2022, ndr] qui al FEFF, Sonatine, che cosa ne pensi?

GR: È uno dei più bei film di Kitano, è un’ottima scelta. Devo dire che è un film che non vedo da tanto tempo, e non vedo l’ora di rivederlo con gusto.

 

 

GC: Quale migliore occasione, in sala! Qual è stato invece il primo che hai visto? Come hai scoperto tu Kitano Takeshi?

GR: Credo Hanabi. Hanabi perché ricordo che vinse a Venezia, e allora non si sapeva nulla di Kitano. Io lo vidi a Milano per la panoramica veneziana, però ricordo che fecero qualcosa in televisione, fuori orario, forse proprio Sonatine, e quindi cominciai a studiarlo e conoscerlo. C’è da dire una cosa molto divertente: in realtà Kitano in Italia si conosceva già da prima per una trasmissione della Gialappa’s Band che avevano chiamato Mai dire banzai, che era una cosa folle, demenziale. Quando vinse il Leone d’oro a Venezia sembrava incredibile che qualcuno conosciuto per una cosa così pop, così demenziale potesse vincere qualcosa di ritenuto serio. In realtà credo che nella cultura giapponese non ci sia questa distinzione così profonda, anche perché non è la prima volta che attori televisivi facciano cinema, In fondo era forse un nostro pregiudizio quello di distinguere la cultura alta da quella bassa.

GC: O anche solo la comicità dalla parte drammatica.

GR: Sì, certo, infatti.

GC: Dove collocheresti l’opera di Kitano all’interno del cinema giapponese di quegli anni?

GR: Kitano è stato un grande innovatore, in realtà. Il genere yakuza era in decadenza e lui l’ha rivitalizzato e rielaborato. In realtà devo ritrattare quello che ho detto prima perché noi in Italia abbiamo conosciuto Kitano per il suo ruolo nel film Furyo, conosciuto anche come Merry Christmas, Mr. Lawrence. Tra l’altro, è singolare in realtà perché un grandissimo regista come Ōshima Nagisa (che ha diretto Furyo, ndr) ha fatto del volto di Kitano uno dei suoi, lo ha fatto parte del suo cinema. Infatti è Takeshi Kitano il protagonista dell’ultima scena del cinema di Ōshima, che è quella del taglio del ciliegio in fiore in Gohatto. Una scena estremamente poetica e di cesura, estirpazione del simbolo principale del Giappone, cioè il ciliegio in fiore. Un po’ l’epitaffio di Ōshima, del suo cinema e della sua ribellione contro la società e la cultura giapponese. 

 

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